VIVA LA CAMPAGNA

Innovazione elettorale per la buona politica

5 caratteristiche delle campagne porta a porta vincenti

La politica ha un costo, specie in campagna elettorale. Obiettivo dei candidati, però, non può essere quello di spendere meno, quanto piuttosto quello di spendere meglio. Il costo di una campagna elettorale, di per sé, non è un valore assoluto, ma relativo al risultato ottenuto. Purtroppo per noi, persino l’esito di una campagna è esso stesso una variabile relativa che dipende dal numero complessivo di voti preso, dall'astensionismo, dall'essere entrati o meno in consiglio comunale, provinciale o parlamento, dall'essere diventati sindaci o governatori e via dicendo. Il risultato della nostra campagna, di qualsiasi campagna, è un’alchimia complessa e alla cui determinazione concorrono un numero estremamente alto di fattori, comprese le aspettative. Una cosa è però sicura: per ottenere un buon risultato prendere tanti voti da solo non basta, bisogna prenderli nei posti giusti. Lo sanno bene Al Gore e Hillary Clinton, dall'altra parte dell’Atlantico.

E sempre dagli States arriva una piccola guida per orientare i nostri sforzi all'interno della campagna elettorale. Un prontuario firmato da Chris Turner sulle colonne di campaignsandelections.com e che evidenzia cinque caratteristiche comuni a tutte le campagne porta a porta vincenti.

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1. Focalizzare gli sforzi sugli elettori con le più alte aspettative di successo.

Basarci sugli storici elettorali, specie in un’epoca dove i grandi partiti e il voto di appartenenza sono in continuo declino, è ormai insufficiente. Sempre più spesso, almeno negli USA, ci si rivolge a esperti in grado di incanalare meglio i nostri sforzi, specie nelle cosiddette campagne porta a porta. L’obiettivo, come abbiamo visto, non è rivolgerci esclusivamente alla base, ma individuare quegli elettori che, da un lato rispandono in maniera entusiasta al nostro messaggio, e dall'altro si impegnino per portarlo all'interno delle proprie sfere di interazione. Detto in altre parole, coinvolgere una persona già predisposta al messaggio che intendiamo promuovere richiede uno sforzo (in termini economici e di tempo) relativamente basso, sicuramente inferiore rispetto a chi vi è invece refrattario. Ma il valore della fidelizzazione si impenna ulteriormente quando quella persona, oltre ad accoglierlo, trasmette il messaggio all'interno della propria sfera di influenza, moltiplicando così il valore del nostro sforzo persuasivo.

2. Chi bussa alla porta degli elettori deve fare la differenza.

Come spesso accade, la differenza la fanno le persone. Anche nelle campagne porta a porta. E non potrebbe essere altrimenti perché, al centro della comunicazione politica, prima ancora del messaggio, trova spazio la relazione. In questo senso giocano un ruolo importanti i colloqui e i test che vengono fatti per selezionare i membri che andranno a comporre il nostro team porta a porta. Purtroppo, uno degli errori commesso con maggiore frequenza da parte dei selezionatori, è quello di cercare tra i futuri porta a porta persone simili a loro. Ma i selezionatori, di norma, sono consulenti e strateghi di campagna, dunque con profili personali, oltre che professionali, profondamente diversi rispetto a quelle che sono le soft skill che invece fanno di un walker porta a porta un walker porta a porta di successo. Insomma, a ognuno il suo mestiere.

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3. I rappresentanti sul campo sono lì per ascoltare.

Molti pensano che i membri dei team porta a porta, i walkers, i nostri rappresentanti sul campo siano pagati per parlare. È un errore comune. In politica, soprattutto in politica, le persone vogliono essere ascoltate. Hanno problemi, tutti quanti abbiamo problemi, e per questo cerchiamo qualcuno che sia in grado di ascoltarli, i nostri problemi. Il messaggio non deve essere premessa ma conseguenza. Le campagne di successo si fondano proprio sull'ascolto, sulla capacità di ascoltare gli elettori e, solo dopo averli ascoltati, definire le nostre priorità. Non si tratta di opportunismo, quanto piuttosto di costruzione collettiva di un programma che non è fatto (o non dovrebbe esserlo) per soddisfare l’ego del candidato, quanto piuttosto per tentare di risolvere i problemi avvertiti dalla comunità che ci candidiamo a rappresentare.

4. La tecnologia è un mezzo per un fine.

La tecnologia aiuta nelle campagne elettorali? Senz’altro, ma guai a pensare che possa fare il lavoro al posto nostro. Durante una campagna elettorale, e in generale per tutto ciò che riguarda la comunicazione politica, a essere fondamentale è la qualità della relazione. Una relazione di qualità permette al messaggio di essere costruito e rimodulato in totale condivisione con il nostro interlocutore. Per questo le app e i social network possono aiutarci a coordinare meglio i nostri sforzi ma non è stato inventato ancora alcun device o software in grado di esimerci dal coltivare con fatica e costanza le nostre relazioni, sostituendosi all'incredibile lavoro che si fa attraverso le interazioni personali, quelle uno a uno. Le più durature e produttive.

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5. Misurare tutto ciò che può avere un impatto.

Qualità sì, ma anche quantità. Nel senso che è importante misurare. Ogni analisi prevede la selezione dei dati, ma per essere selezionati i dati devono essere stati prima raccolti. Ecco perché, a monte di una buona strategia, c’è sempre un’efficace raccolta dei dati. Misurare, misurare, misurare, per aver un quadro il più possibile completo e che permetta di incanalare meglio i nostri sforzi. Non solo i dati che ci fanno piacere, ma anche quelli negativi, come le porte sbattute in faccia ai nostri walker o le conversazioni stroncate sul nascere. Ogni campagna vincente affronta i problemi, non li nasconde.

 

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